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Cerve's Blog! La politica malata: leggi ad personam, mafia, corruzione, inquinamento, minaccia ai diritti fondamentali dell'individuo...Per segnalazioni ed info: matteocerve@libero.it

11 dicembre 2009
Classifica Eurotribune dei capi di Stato e di governo: dove sarà mr. b ?
Una giuria di corrispondenti da Bruxelles, provenienti da tutti i paesi dell’UE, ha messo in testa al palmarès 2009 il primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt

I rappresentanti della stampa europea, corrispondenti da Bruxelles hanno valutato, anche quest’anno, i 27 capi di Stato e di governo dell’Unione, secondo i parametri:

- della leadership
- dello spirito di squadra
- dell’atteggiamento nei confronti del cambiamento del clima
- della regolamentazione finanziaria
- del rispetto del mercato interno
- del trattato di Lisbona per la Costituzione europea
- dell’impegno europeista.

Per ogni criterio è stato attribuito un punteggio comparativo, che ha riconosciuto l’attività svolta in quell’area da ogni capo di Stato e di governo rispetto agli altri 26:

ha assegnato, cioè, 1 al primo, che ha fatto meglio, 2 al secondo, 3 al terzo e così via.

In testa alla classifica Eurotribune è risultato il primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt, un 44 enne che ha meritato tre 1 per la regolamentazione finanziaria e l’uscita dalla crisi, il rispetto del mercato interno, l’attività per l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.
Al secondo posto è stato classificato il primo ministro lussemburghese, Jean Claude Juncker, che ha meritato due 1 per lo spirito di squadra e la regolamentazione finanziaria.
Terza è stata Angela Merkel. La cancelliera tedesca ha avuto un 1 per la leadership.
Quarto è riuscito il primo ministro danese Rasmussen, che ha avuto un 1 per l’organizzazione della conferenza mondiale sul clima.

Nonostante otto sostituzioni, la classifica 2009 ha avuto clamorose modifiche tra i rimanenti rispetto a quella del 2008.

Il presidente francese Sarkozy, che l’anno scorso era primo quest’anno è stato retrocesso al nono posto. Il presidente ceco Fischer è balzato dal venticinquesimo al dodicesimo posto. L’ungherese Bajnai è salito anch’egli dal ventunesimo al quindicesimo posto. Il premier inglese Gordon Brown è precipitato, invece, dalla terza alla ventunesima posizione.

In fondo alla classifica, stabile è il presidente del Consiglio italiano Berlusconi

8 dicembre 2009
Finanziaria nuova versione. Colpo di mano su giornali e Tv, a rischio le testate "scomode"

Ci chiudono la bocca. Lo dice Pier Luigi Bersani, accusando il comportamento di maggioranza e governo sulla Finanziaria in Parlamento: il centrodestra si è votato da solo in pochi minuti il testo, senza accettare nessuna modifica, inviandolo all'Aula dove tutti si aspettano la fiducia. Lo ripetono i rappresentanti sindacali delle testate giornalistiche che attingono al Fondo per l'editoria. La manovra infatti, al comma 53 bis, elimina il diritto soggettivo di accedere a quei finanziamenti, e decreta che le erogazioni siano ripartite tra i vari soggetti fino a esaurimento. Se non bastano, pazienza.

Per di più la nuova formulazione impedisce alle società editrici di indicare la somma nei bilanci, rendendo impossibile redigere i libri contabili per il prossimo anno. In poche parole: i giornali sono a rischio chiusura.

Così si toglie ossigeno a circa 92 testate, per lo più giornali legati a gruppi parlamentari, che di fatto non sopravviverebbero senza quell'aiuto. E non perché non vendono, ma solo perché non riescono a intercettare i flussi pubblicitari, sempre più concentrati sui grandi gruppi.

E' un colpo ai più deboli, un bavaglio al pluralismo, una minaccia per l'occupazione. In questo comparto, infatti, lavora un giornalista su cinque occupati nella carta stampata. Sono a rischio tra i 1.800 e i 2.000 posti di lavoro giornalistico, che andrebbero sommati ai circa 1.500 poligrafici. E' come chiudere una grand efabbrica, come eliminare in Fiat Termini Imerese.

Nei corridoi della Camera si racconta di una lite furibonda tra Giulio Tremonti e Paolo Bonaiuti, che stava redigendo un regolamento per rendere più “virtuosa” l'erogazione. Si stava studiando il modo di finanziare le testate in base alle copie effettivamente distribuite (e non solo stampate, com'è oggi) per premiare le più efficienti.

Con il blitz in manovra è tutto cancellato. Sempre alla Camera si narra di un altro duello, questa volta a distanza, tra il ministro dell'Economia e il presidente Gianfranco Fini. Questa mossa sarebbe stata accompagnata da forti rassicurazioni alla Padania, testata legata al gruppo della Lega, mentre rimarrebbe in mezzo al guado il Secolo d'Italia, più vicino ai finiani. Altre voci, invece, darebbero per imminete una norma “riparatrice” nel decreto milleproroghe di fine anno. Insomma, un passo indietro una volta verificata l'effettiva portata dello scudo fiscale. Per ora però c'è solo la certezza della pagina scritta, pronta al voto blindato in settimana.


Fonte: L'Unità

8 dicembre 2009
Tagli, bavagli e regali alle mafie. Tremonti blinda la manovra
di Bianca Di Giovanni Finanziaria già blindata. Dopo il no a tutti gli emendamenti espresso in Commissione, ieri dal relatore Massimo Corsaro e dal viceministro Giuseppe Vegas sono partiti nuovi messaggi di chiusura: nessun cambiamento. «La Finanziaria - avverte Vegas - non è la lista della spesa perchè più roba metti nel carrello più devi pagare alla cassa». Intanto, Pd, Idv e Udc affilano le armi e annunciano battaglia in Aula se non ci sarà un cambio di rotta del governo.

Chiara la linea del Pd che tramite il capogruppo in commissione, Pier Paolo Baretta, afferma: «Se il governo è pronto alla discussione su alcuni temi noi siamo pronti a selezionare le nostre proposte e presentare solo alcune decine di emendamenti. Ma se invece vogliono prenderci in giro noi faremo la nostra parte». Dello stesso avviso l'Udc, mentre non si illude l'Idv che annuncia la ripresentazione per l'Assemblea di 250-300 emendamenti. L’esame parte oggi con la discussione generale. Se la blindatura dovesse arrivare subito, si potrebbe votare già domani. Se sarà così, si voterà già domani. Poi la terza lettura lampo in Senato, e il pasticcio per il Paese è fatto. Dalle parole di Corsaro il segnale della sensibilità democratica di centrodestra: il testo piace a governo e maggioranza, quindi va bene. Se c’è una cosa che contraddistingue i passaggi parlamentari è proprio la «voce» delle minoranze. Che in questo caso non ci sono, perché le proposte non sono state nemmeno prese in considerazione.

Forse è chiedere troppo a una maggioranza e un governo che varano un testo tutto orientato a difendere i forti. Sull’editoria si taglia l’ossigeno a un centinaio di testate impegnate politicamente che garantiscono il pluralismo dell’informazione, in una situazione di crisi profonda del mercato e di forte concentrazione delle vendite pubblicitarie. Nel lavoro, con il «pacchetto» Sacconi, si tutelano di più i già garantiti finanziando sgravi a chi è occupato, e dando briciole ai precari che perdono lavoro. La manovra trascura le famiglie colpite dal disastro di Messina, dimentica la famiglia non prorogando il bonus, non cita nemmeno i più poveri. Per non parlare dei terremotati de L’Aquila, chiamati a restituire il 100% delle tasse sospese. Il capitolo più pesante, dal punto di vista finanziario, è l’assenza di risorse per i rinnovi contrattuali dei pubblici dipendenti.

Mentre la manovra deve ancora concludere il suo iter, già si pensa a un nuovo provvedimento con interventi a sostegno dell'economia. A gennaio, infatti, dovrebbe arrivare un nuovo decreto targato Scajola che proroga gli incentivi per le auto ecologiche e prevede misure a sostegno di prodotti ad alta efficienza energetica come gli elettrodomestici, agevolazioni per l'acquisto di pc, mobili e macchine utensili. <WC>In quel testo, o nel milleproroghe di fine anno, potrebbe trovare posto anche la modifica sull’editoria. Attesa anche la riapertura dei termini dello scudo fiscale.

Fonte: L'Unità

8 dicembre 2009
«Ecco le località scelte per il nucleare». Ma l'Enel smentisce: "Da noi nessuna lista"
I Verdi rivelano i siti in cui si vorrebbero costruire le nuove centrali nucleari in Italia, due sono nel Lazio a pochi chilometri da Roma: Montalto di Castro e Borgo Sabotino. Le altre localizzazioni, che sarebbero state individuate in uno studio inviato dall'Enel al governo, sono: Garigliano (Caserta), Trino Vercellese (Vercelli ), Caorso (Piacenza), Oristano, Palma (Agrigento ) e Monfalcone (Gorizia).

Il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, afferma: «Le aree sono idonee, secondo l'Enel, perchè vicine a zone costiere e ai fiumi, poichè come è noto le centrali necessitano di un gran quantitativo di acqua per funzionare. Chiamiamo alla mobilitazione democratica le popolazioni per dire no alle centrali nucleari».

Bonelli conclude: «Noi Verdi avvieremo il presidio dei siti nucleari per dire no al nucleare e sì al solare. Il governo sta portando l'Italia in una pericolosa avventura che porterà alla militarizzazione dei territori e a far aumentare la bolletta elettrica degli italiani, perché i 20 miliardi di euro per la costruzione delle centrali li pagheranno gli italiani. Berlusconi in Italia ammazza le energie rinnovabili e finanzia la speculazione del costoso nucleare. Daremo nel paese dura battaglia».

In serata arriva la smentita dell'Enel. «In merito a quanto dichiarato dal presidente dei Verdi Angelo Bonelli, Enel precisa di non aver inviato al governo alcun dossier che indica i siti per la realizzazione delle centrali nucleari in Italia». È quanto precisa la società in una nota. «I siti - si legge nel comunicato dell'Enel - saranno individuati solo successivamente alla definizione da parte dell'esecutivo e dell'Agenzia per la sicurezza nucleare dei criteri per la localizzazione».

Fonte: L'Unità


8 dicembre 2009
Pubblicità d'annata: «Possiamo sciogliere un ghiacciaio»

Chi lo avrebbe detto un secolo fa, o anche solo quaranta anni fa, che i combustibili fossili sarebbero stati causa di incertezza sul futuro climatico del pianeta? Certamente non i pubblicitari della Enco.

Questa pubblicità (clicca per ingrandire) è uscita, doppia pagina, nel 1962 sulla rivista americana «Life». L’autore del testo pubblicitario della Enco (che insieme ad altre compagnie petrolifere darà vita alla Exxon) non poteva sapere che un giorno i ghiacciai sarebbero divenuti oggetto di studio, e simbolo, degli effetti del riscaldamento globale. Un tema che nelle consultazioni di oggi sul clima, a Copenaghen, rende ancora più ironica la vicenda.

Così, quaranta anni fa, essere in grado di produrre tanta energia da poter fondere la bellezza di 7 milioni di tonnellate di ghiaccio in un giorno era frutto di grande orgoglio. Oggi, proprio l’energia generata dai combustibili fossili è additata come causa principale del riscaldamento del globo e, sì, dello scioglimento dei ghiacciai. Ma, ironia della sorte, il ghiacciaio ritratto nella foto, il Taku Glacier in Alaska, è un ribelle e alla forza sprigionata dal petrolio ha detto «no». Pare infatti che sia l’unico ghiacciaio in controtendenza del Nord America. Chris Larsen, glaciologo presso la Università di Fairbanks, in Alaska, dice: “La Humble aveva scelto un ghiacciaio sbagliato come esempio. Il Taku sta crescendo dal 1890, è avanzato di 7 chilometri da allora e sta aumentando di volume”. Un cattivo esempio quindi, ed una bella sfortuna, se si considera che “nel Nord America ci sono una decina di ghiacciai che stanno avanzando, contro un migliaio che retrocedono”, ironizza Larsen. Secondo i glaciologi il ghiacciaio sta avanzando per una particolare situazione climatica locale.

E che dire della fotografia del colossale blocco di carbone mostrato con fierezza dai proprietari di una miniera, spavaldi di fronte alla promessa: “Possiamo scaldare il mondo. Con il cabone.” La foto è del 1891, ed appartiene alla Washington State Historical Society. Il blocco era in bella mostra, in attesa dell’arrivo dell’allora presidente degli Stati Uniti, che avrà forse pronunciato un motto simile a quello dell’attuale presidente: “Yes we can (si, noi possiamo)”. Con l’aggiunta di “… scaldare il pianeta”. A distanza di qualche decade possiamo confermare: sì, ce l’abbiamo fatta a scaldare il nostro pianeta con petrolio e carbone.



Fonte: L'Unità


8 dicembre 2009
L'osservatore Romano

Vignetta di Natangelo
Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2009

Il Pompiere della Sera spende un capitale per reclamizzare la propria indipendenza. Poi arrivano gli editorialisti e rovinano tutto. Ieri era il turno di Sergio Romano, che teme Spatuzza più di quanto lo tema Dell’Utri: i mafiosi parlano, e l’ambasciatore non sa cosa mettersi. Ma, soprattutto, non sa quel che dice.

Spatuzza non parla di fatti recenti, ma di eventi accaduti più di 15 anni fa”. Sarebbero le stragi di via d’Amelio, Firenze, Milano e Roma (reato imprescrittibile). Per le ultime tre pare siano stati condannati all’ergastolo alcuni innocenti al posto di Spatuzza e ora, grazie a lui, verranno scagionati. Interessa l’articolo, gentile ambasciatore? O, siccome son passati più di 15 anni, lasciamo perdere e teniamo in carcere qualche innocente?

Perché Spatuzza parla ora con tanto ritardo e fornisce informazioni su Berlusconi mentre il premier è messo alle strette da altre indagini?”. Se avesse una pallida idea di quel che scrive, Romano saprebbe che non esistono “altre indagini” che “mettono alle strette” il premier: esistono processi aperti da anni che non si riescono a chiudere perché lui scappa, nella beata indifferenza di Romano. Il quale vuol sapere perché Spatuzza parla ora: non gl’interessa sapere se mente o dice la verità? Possibile che un ambasciatore che ha girato il mondo e assistito alle dimissioni di decine di politici sospettati di fatti molto meno gravi di quelli attribuiti a Berlusconi non voglia sapere se il premier c’entra con la mafia o no? Mai sentito nominare Mangano? Mai saputo che, prima di Spatuzza, decine di altri mafiosi han raccontato i rapporti fra il gruppo B. e Cosa Nostra? Mai sentito parlare di Dell’Utri, condannato in tribunale a 9 anni per mafia nel 2004? Dove ha vissuto in tutti questi anni?

Può un intero sistema politico essere indefinitamente ostaggio di una vicenda giudiziaria che getta sul premier l’ombra di una colpa non ancora provata ma tale da intaccare la sua autorità?”. Bella domanda. Se si scoprisse che un premier a caso in giro per il mondo s’è tenuto in casa per due anni il giovane Al Capone travestito da stalliere, che cosa pensa che si direbbe nel suo paese? Che bisogna archiviare subito la storia o che l’autorità del premier è intaccata dall’aver ospitato un boss in casa sua?

In Francia, quando un magistrato indagò sul presidente della Repubblica, fu possibile decidere che le indagini sarebbero riprese a fine mandato”. Giusto: anche in Italia è così. Solo che Berlusconi non è presidente della Repubblica, ma del Consiglio. E non è accusato, come Chirac, di assunzioni facili al Comune di Parigi, ma imputato di corruzione e sospettato di mafia e concorso nelle stragi. Robetta, eh?.  

Molti giudici e procuratori si rendono conto della gravità della situazione, ma non vogliono prendere decisioni che parrebbero … una diminuzione del ruolo pubblico conquistato negli ultimi anni”. E quali sarebbero le auspicate “decisioni”? Sciogliere Spatuzza nell’acido perché la smetta di parlare, o mangiarsi i suoi verbali in nome della ragion di Stato? Forse l’ambasciatore non conosce quel libriccino chiamato Costituzione. Anche lui, come il Corriere, è indipendente. Dai fatti.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

Il momento di dire addio (The Economist, Gran Bretagna - 3 dicembre 2009)
Traduzione a cura di Italiadallestero.info

19 novembre 2009
La lunga guerra tra Fini e Berlusconi
Silvio Berlusconi dice: “Mai pensato al voto anticipato”. Dovrebbe essere una dichiarazione rassicurante, dopo il grande strappo. Invece è una correzione tattica che scongiura momentaneamente la precipitazione di una crisi, ma non seda le polemiche nel centrodestra. Anzi. Mentre il presidente del Consiglio fa retromarcia sull’affondo di Renato Schifani, nella coalizione, su almeno tre diversi fronti, si aprono crepe profonde che evidenziano un malessere ormai strutturale. In serata, dopo un voto di fiducia sulla privatizzazione della gestione delle reti idriche, a cui la maggioranza era stata costretta dai tanti distinguo (soprattutto della Lega) in tutti gli ordini del giorno successivi si è scatenato il cecchinaggio dei dissidenti, e il governo è andato ripetutamente sotto. Qualcosa di più di un campanello d’allarme, un avvertimento. Giri per i corridoi del Parlamento, come se si attraversassero i teatri di posa di un set cinematografico,e ti rendi conto che cambia la scena, ma il copione del Pdl sembra lo stesso ad ogni ciak e su tutti i set: la maggioranza parlamentare più solida dal dopoguerra ad oggi sta implodendo da dentro,entra in fibrillazione da se, come se fosse afflitta da un male occulto.

La beffa del mappamondo
Su tutte le altre, una immagine plastica di ieri dava subito l’idea di quello che sta accadendo in queste ore. Al quarto piano della Camera dei deputati c’era Gianfranco Fini che rilanciava ancora una volta la sua piattaforma di nuova cittadinanza per gli immigrati. Al piano terra c’era Umberto Bossi che abbassava il ponte levatoio e sparava contro a palle incatenate. La Camera, ieri era diventata ancora una volta il teatro di un durissimo duello differito tra Berlusconi e Fini. Ma poi anche fra Bossi e Fini, e fra la Lega e Forza Italia. Anche perché, prima dell’acqua, prima dell’immigrazione, e prima del testamento biologico (che arriva tra breve in forma di emendamento a Montecitorio), il vero nodo del contendere resta quello del processo breve. Se c’è un punto su cui Berlusconi non è disposto ad accettare defezioni da parte del suo alleato è quello. E su cosa accadrà in Aula di questo testo (che per il premier rappresenta ormai una questione di vita o di morte, oltre che di immagine), ancora non c’è certezza. Terrà l’accordo? Ci saranno emendamenti dei falchi? Entrambi gli schieramenti ostentano sicurezza. I berlusconiani continuano a ripetere che Fini è ormai un generale senza truppe e che si piegherà, mentre i finiani ribattono: “E sulle elezioni anticipate chi è che ha fatto un passo indietro?”. Ecco perché ai margini del convegno sull’immigrazione i finiani (quasi tutti presenti) cantavano vittoria: “Le elezioni anticipate – spiega Italo Bocchino – non possono essere una posizione politica: Berlusconi ha dovuto riconoscerlo”. Subito dopo il vicecapogruppo del Pdl aggiungeva: “Il processo breve, così come è stato presentato al Senato lo votiamo”. Entrambi gli schieramenti alternano il bastone e la carota. Ma il vero problema è che troppo spesso, ormai, sia Fini sia il Cavaliere si ritrovano uno di fronte all’altro, con il bastone in pugno. Nella sala del Mappamondo, Fini ieri esibiva un campione del suo nuovo “popolo”, il mondo che ha raccolto intorno a sé: invitati stranieri, corrispondenti internazionali, arabi, africani e proposte avanzatissime. Ai piani bassi del Palazzo cova la rabbia dell’anima berlusconiana del Pdl contro le iniziative del presidente della Camera.

Effetto Ben Ammar
Ma il vero tocco di “perfidia”, di Fini, è l’esibizione di un relatore di eccezione sull’integrazione multiculturale. Si tratta di Tarak Ben Ammar. Che come è noto (e come ricorda lui stesso) è uno dei migliori amici e soci di Silvio Berlusconi. Ma che ieri era il testimonial convinto della linea dell’ex leader di An sull’integrazione, l’uomo che con la sua storia personale ricordava: “Io sono uno che ha imparato l’italiano a nove anni guardando in tv ‘Non è mai troppo tardi’ del maestro Manzi. Ma che con le leggi di oggi non sarei potuto venire nel vostro paese. Avete celebrato la caduta del Muro di Berlino. Ma purtroppo – concludeva Ben Ammar – ne avete eretto un altro: il muro del Mediterraneo”. Il successo di Ben Ammar, e gli applausi che lo hanno sommerso ieri, la fila del pubblico per congratularsi con lui, il capannello delle televisioni in coda per una intervista sono il segnale che Fini non è poi così isolato. Il discorso del presidente della Camera, subito dopo, è di grande spessore. E, ovviamente, è tutto centrato su una sfida culturale. E’ il centrodestra, dice il presidente della Camera, che deve trovare un nuovo modello di convivenza “dopo i fallimenti dell’assimilazionismo francese, che ha prodotto la rivolta dei giovani immigrati di seconda generazione, e quello del Londonistan, che ha covato dentro di se il proselitismo di al Qaeda”. Ma poi, a tratti, il discorso di Fini diventa una vera e propria requisitoria contro le miopie della sua coalizione: “E’ eresia? E’ scandalo pensare che i giovani della generazione Balotelli, che parlano il dialetto meglio dell’italiano debbano essere esclusi dalla cittadinanza?”. La sua risposta ovviamente è no. E infatti la parte finale dell’intervento diventa un j’accuse definitivo: “Non si può condannare qualcuno a non avere una identità”. E infine, rivolgendosi chiaramente alla Lega: “Le chiusure contro l’identità sono contro il buonsenso, contro la logica, contro i valori, contro... la stessa idea di interesse nazionale”.

Gli ordini del giorno
Scendi di tre piani, nel cuore del Palazzo, e trovi l’Aula incandescente: 180 ordini del giorno da votare, diventano uno sfogatoio del malessere accumulato nelle diverse anime del centrodestra per tutta la giornata, fino a produrre un vero e proprio colpo di scena, nel teatro della rottura. Per un’ora e mezza, dopo la fiducia sull’acqua, la maggioranza tiene di misura: per cinque, per quattro, per tre voti. Poi, improvvisamente, inizia a sfaldarsi: il governo va sotto una prima volta. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. Mentre Lupi presiede, i capigruppo di maggioranza provano a richiamare i deputati della coalizione. Ma nulla cambia, e alla fine il governo va sotto per ben sei volte. Sconfitte simboliche, certo. Ma pesanti. Al punto che il ministro Ronchi non deve provare a mettere una pezza. Si alza e dice: “Il governo accetta tutti gli ordini del giorno come raccomandazione”. Un ennesimo colpo di scena. Se non altro perché veniva dallo stesso ministro che poche ore prima aveva dato parere negativo su tutti.

da Il Fatto Quotidiano del 19 novembre 2009

19 novembre 2009
Ilva e diossina: tutti sapevano, nessuno si e' mosso
di Valentina d'Amico


L’ultimo intervento della magistratura è del 3 novembre scorso quando su mandato della Procura di Taranto, la guardia di finanza ha sequestrato quattro pontili nello scalo portuale utilizzati dall’*acciaieria più grande d’Italia . per lo sbarco delle materie prime e l’imbarco dei prodotti finiti.

*( ILVA è una società per azioni del Gruppo Riva che si occupa prevalentemente della produzione e trasformazione dell'acciaio. Con il nome della originaria azienda fondata nel 1905, è nata sulle ceneri della dismessa Italsider.
Il più importante stabilimento italiano è situato a Taranto, e costituisce uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell'acciaio in Europa. Altri stabilimenti sono a Genova, Novi Ligure (AL), Racconigi (CN), Varzi (PV), Patrica (FR) _ fonte: Wikipedia ndr)

Si contestano violazioni in materia ambientale, tra cui lo stoccaggio di rifiuti speciali. L’Ilva avrebbe operato senza autorizzazioni.
Tra i denunciati, Luigi Capo-grosso, direttore dello stabilimento.

È l’ennesimo colpo su una città martoriata dall’inquinamento, la “Seveso del sud” l’hanno ribattezzata gli ambientalisti. Con la differenza che se a Seveso, nel 1976, l’inquinamento da diossina fu un fatto repentino (un guasto a un reattore provocò lo sprigionarsi di una nube tossica che avvelenò la popolazione, inquinò l’ambiente), a Taranto la diossina sparge morte lenta “da 45 anni” denuncia Peacelink, l’associazione che ha smascherato lo stato dei fatti nel 2005. Da allora sappiamo che a Taranto si produce il 90 per cento della diossina italiana, l’8,8 per cento del totale europeo e che il formaggio prodotto a Taranto è contaminato e per questo oltre mille capi di bestiame l’anno scorso sono stati abbattuti, con grave danno per le aziende zootecniche della zona.

Eppure i dati sulla diossina erano pubblici, bastava leggere il registro Ines, inventario nazionale delle emissioni e delle loro sorgenti. In città si chiedono dove fossero gli organi di controllo, le istituzioni, cosa faceva la politica locale, nazionale. Gli europarlamentari, anche quelli italiani, già dal 2001 conoscevano il pericolo. Gliene dava conto la Commissione europea nel promemoria “Strategia comunitaria sulle diossine, i furani e i bifenili policlorurati”. La notizia la dà, di nuovo, Peacelink. Con quella nota la Commissione spiegava che “le autorità di regolamentazione hanno esternato timori per gli effetti negativi che l’esposizione a lungo termine a quantità anche infinitesimali di diossine e PCB (i bifenili policlorurati, ndr) può produrre sulla salute umana e sull’ambiente”.

Esortando a “informare l’opinione pubblica”, avvertiva che “la sinterizzazione dei minerali ferrosi potrebbe diventare in futuro la fonte principale di emissioni industriali”. Gli europarlamentari italiani avrebbero dovuto sapere che proprio in Italia, a Taranto è ubicato l’impianto di sinterizzazione di minerali ferrosi più grande d’Europa.
Un colosso che si estende per una superficie che è il doppio di quella della città che lo ospita. Gioia e dolore dei tarantini, 13mila occupati nello stabilimento, 20mila con l’indotto. Il —ricatto occupazionale tiene sotto scacco da sempre la città— , paralizza le istituzioni, spesso non ostili o addirittura complici.

Occorreva informare gli abitanti – dice Alessandro Mare-scotti, presidente dell’associazione – ma nulla è stato fatto. Anzi, si facevano pascolare le pecore attorno all’impianto e i consumatori, ignari, consumavano prodotti contaminati da diossine, furani e PCB”.

Un mese fa la Asl di Taranto ha riscontrato la contaminazione anche nelle uova dei pollai di Martina Franca, 20 chilometri a nord di Taranto. “La diossina – dice Marescotti – può avere un impatto sulla salute di chi consuma ma anche di chi non è ancora nato. Le donne in età fertile o in stato di gravidanza dovrebbero essere tutelate”.

In due anni già due mamme hanno scritto a Peacelink denunciando la malattia dei figli. Un ventenne colpito da linfoma linfoblastico (la denuncia è del settembre scorso) e l’altro, un bambino nato con la labiopalatoschisi, una malformazione della bocca. Daniela, sua mamma, due anni fa raccontò: “Nello stesso mese, nello stesso ospedale di Taranto si sono avuti 4 casi simili”.

L’unico atto concreto finora – afferma l’ingegnere Biagio De Marzo, ex capoufficio tecnico all’Ilva, componente di Peacelink e dell’Ail, associazione italiana contro le leucemie – è stata la legge regionale che nel 2008 ha imposto alle industrie pugliesi il limite europeo di 0,4 nanogrammi per metro cubo di tossicità equivalente per le emissioni di diossina. Una legge purtroppo depotenziata dal compromesso firmato nel febbraio scorso tra Governo e Regione Puglia, con la regia del sottosegretario Gianni Letta”.

La legge imponeva all’Ilva una riduzione progressiva della diossina entro date prestabilite. “Il compromesso istituzionale – spiega De Marzo - ha fatto slittare il primo termine da aprile 2009 a giugno 2009, e quindi via via tutti gli altri. Di questo passo come si farà a rispettare la data del 2010?”. Rimane il paradosso che mentre la Regione, proprio perché spinta dalle pressioni degli ambientalisti sul caso IIva, è riuscita a uniformarsi agli standar del resto dei paesi europei, l’Italia ancora non lo fa.
Il decreto legislativo 152/2006 prevede infatti un limite alle emissioni di diossina molto superiore, “pari a 10 mila nanogrammi in concentrazione totale, e 333 per tossicità equivalente!” spiega De Marzo. Secondo Peacelink il decreto sarebbe peraltro viziato da incostituzionalità perché avrebbe dovuto attenersi a quanto prescritto dalla legge delega (la 308 del 2004) che sanciva il rispetto dei principi e delle norme comunitariee palesemente non lo ho fa fatto”.

Taranto intanto è spaccata tra quanti hanno proposto un referendum popolare per la chiusura dello stabilimento e quanti invece ne difendono la vita in nome dell’occupazione. Per ora ci ha pensato il consiglio comunale a sbloccare il dilemma. Il referendum avrebbe dovuto tenersi in primavera, in concomitanza delle elezioni regionali. Troppo scomodo. E con i soli voti dei consiglieri di maggioranza si approva una modifica al regolamento sul referendum consultivo che fa slittare il tutto.

Tratto da: Il Fatto quotidiano

19 novembre 2009
Poveri della terra tra OGM e vertici ipocriti, la morte è garantita
di Dino Brancia

Ci avevano promesso che gli OGM erano stati ideati e sviluppati per far decollare l’agricoltura nei Paesi poveri, contribuire a ridurre l’inquinamento dei terreni e delle acque.

Il ricordo che ho di mio nonno, che era un contadino, rimarrà un ricordo o un sogno. A quei tempi non vivevano nelle ricchezze ma avevano la soddisfazione di essere liberi e non dipendere dalle multinazionali. Ricordo che durante la trebbiatura del grano o il raccolto di altre piante, il suo primo pensiero era recuperare i semi da seminare o piantare l’anno successivo in un altro appezzamento di terreno perché diceva: “la terra ha bisogno di cambiare semina altrimenti il terreno diventa arido e non rende il raccolto”. Per lui e per tutti i contadini dell’epoca era un rito e un momento particolare, si trattava del raccolto per l’anno successivo e se il raccolto era magro la fame era dietro la porta.

Secondo uno studio, dal 1997 al 2006 oltre 166 mila persone si sono tolte la vita a causa dei debiti per pagare i semi OGM e annessi prodotti chimici.

Contro la fame nel mondo servono azioni concrete e decisive. Con questo appello si è aperto a Roma il vertice della FAO sull’alimentazione.

Belle parole ma vuote di contenuti e di poca sostanza.

La FAO è nata nel 1945, e nel 1951 l’agenzia trovò la sede definitiva nella Capitale e la vicinanza e l’influenza del vaticano avrebbe dato una mano importantissima per il nobile scopo che si erano prefissi, "aiutare ad accrescere i livelli di nutrizione, aumentare la produttività agricola, migliorare la vita delle popolazioni rurali e contribuire alla crescita economica mondiale. La FAO lavora al servizio dei suoi paesi membri per ridurre la fame cronica e sviluppare in tutto il mondo i settori dell’alimentazione e dell’agricoltura".

Ma nella realtà La FAO è uno dei tanti carrozzoni delle Nazioni Unite, che sperpera soldi inutilmente per altri scopi tranne per coloro che hanno fame. Questa agenzia lavora, come le Nazioni Unite, con l’obbiettivo di togliere ai poveri per dare ai ricchi e per far fronte alle esigenze delle multinazionali si sono inventati gli organismi geneticamente modificati “OGM” .

Ci avevano promesso che gli OGM erano stati ideati e sviluppati per far decollare l’agricoltura nei Paesi cosiddetti arretrati, contribuire a ridurre l’inquinamento dei terreni e delle acque. “Le piante costruite in laboratorio”, affermavano, “saranno migliori di quelli naturali, più resistenti, avranno meno bisogno di irrigazioni, fertilizzanti e pesticidi; daranno raccolti più abbondanti e più velocemente, addirittura senza lavorare il terreno!”, ma l’annuncio del miracolo per sconfiggere la fame nel mondo è fallito, sono riusciti solamente ad impoverire ancora di più i contadini e renderli dipendenti delle multinazionali.

Il ricordo che ho di mio nonno, che era un contadino, rimarrà un ricordo o un sogno. A quei tempi non vivevano nelle ricchezze ma avevano la soddisfazione di essere liberi e non dipendere dalle multinazionali. Ricordo che durante la trebbiatura del grano o il raccolto di altre piante, il suo primo pensiero era recuperare i semi da seminare o piantare l’anno successivo in un altro appezzamento di terreno perché diceva: “la terra ha bisogno di cambiare semina altrimenti il terreno diventa arido e non rende il raccolto”. Per lui e per tutti i contadini dell’epoca era un rito e un momento particolare, si trattava del raccolto per l’anno successivo e se il raccolto era magro la fame era dietro la porta.

E tutte queste nobili cause hanno un volto ben preciso e molto meno magnanimo come pensava mio nonno. Oggi infatti, i semi geneticamente modificati, hanno il marchio con i diritti di proprietà intellettuale e genera dipendenza, trasformando i contadini in clienti obbligati. Dunque per seminare per l’anno successivo, bisogna riacquistare i semi ogni volta che se ne intende fare uso altrimenti, oltre a non poter lavorare e mangiare, si rischia una denuncia dal produttore con gravi sanzioni pecuniarie. Questo business punta su legumi, cereali, la base dell’alimentazione umana, grano, soia, mais, riso e tutte le altre piante indispensabili per vivere. Secondo uno studio, dal 1997 al 2006 oltre 166 mila persone si sono tolte la vita a causa dei debiti per pagare i semi OGM e annessi prodotti chimici.

La nuova Arca di Noè di Semi, con tunnel e caveau blindatissimi capaci di conservare per millenni tutte le specie necessarie per la nostra vita, al riparo da cambiamenti climatici, guerre e catastrofi, sta a circa 1100 km dal Polo Nord ed è una specie di gigantesca cella frigorifera dove vengono selezionati, etichettati, impacchettati e custoditi sotto zero circa 4 milioni di differenti semi da tutto il mondo, con la partecipazione della Fao. L’arca moderna di Noè, è stata realizzata con i fondi del governo norvegese e, a differenza dell’arca originale, non naviga ma è stata costruita sottoterra, attraendo gli affamatori del mondo, e i monopolisti degli OGM, che si sono inseriti prepotentemente nel progetto, attraverso il Consultative Group on International Agricolture Research, nel progetto per conservare la diversità dei raccolti.

Tra tutti questi benefattori c’è anche la Banca Mondiale, quella benefattrice che ha ridotto alla miseria vari Paesi del mondo costringendoli a svendere e privatizzare le risorse idriche in cambio di finanziamenti.

http://www.agoravox.it/attualita/ambiente/article/poveri-della-terra-tra-ogm-e-10867


3 novembre 2009
La Corte dei diritti umani: "No al crocefisso in classe"

La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha emesso oggi una sentenza nella quale stabilisce che esporre il crocifisso nelle classi della scuola pubblica è contrario al diritto dei genitori di educare i loro figli secondo le proprie concezioni religiose, e al diritto degli alunni alla libertà di religione.

Il caso riguarda un ricorso di una cittadina italiana, Soile Lautsi,residente ad Abano Terme, che aveva protestato durante l'anno scolastico 2001-2002, per la presenza del crocifisso nelle classi dei suoi figli, che considerava contraria al principio di laicità dello Stato.

Nel maggio 2002, la direzione della scuola aveva deciso di lasciare il crocifisso nelle classi, e in questo senso si era espressa più tardi una circolare del Ministero della Pubblica istruzione indirizzata a tutti i direttori delle scuole pubbliche.

«La presenza del crocifisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastische - si legge nella sentenza dei giudici di Strasburgo - potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso, che avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione». Tutto questo, proseguono, «potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose, o che sono atei».

Ancora, la Corte «non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una 'società democraticà così come è stata concepita dalla Convenzione (europea dei diritti umani, ndr), un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana».

«L'esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione in luoghi che sono utilizzati dalle autorità pubbliche, e specialmente in classe, limita il diritto dei genitori di educare i loro figli in conformità con le proprie convinzioni - concludono i giudici della Corte europea dei diritti umani - e il diritto dei bambini di credere o non credere. La Corte, all'unanimità, ha stabilito che c'è stata una violazione dell'articolo 2 del Protocollo 1 insieme all'articolo 9 della Convenzione».

Il ricorso a Strasburgo era stato presentato il 27 luglio del 2006 da Solie Lautsi, moglie finlandese di un cittadino italiano e madre di Dataico e Sami Albertin, rispettivamente 11 e 13 anni, che nel 2001-2002 frequentavano l'Istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre. Secondo la donna, l'esposizione del crocifisso sul muro è contraria ai principi del secolarismo cui voleva fossero educati i suoi figli.

Dopo aver informato la scuola della sua posizione, la Lautsi, nel luglio del 2002, si è rivolta al Tar del Veneto, che nel gennaio del 2004 ha consentito che il ricorso presentato dalla donna venisse inviato alla Corte Costituzionale, i cui giudici hanno stabilito di non avere la giurisdizione sul caso. Il fascicolo è quindi tornato al Tribunale amministrativo regionale, che il 17 marzo del 2005 non ha accolto il ricorso della Lautsi, sostenendo che il crocifisso è il simbolo della storia e della cultura italiana, e di conseguenza dell'identità del Paese, ed è il simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza e del secolarismo dello Stato. Nel febbraio del 2006, il Consiglio di Stato ha confermato questa posizione. Di qui la decisione della donna di ricorrere alla Corte europea di Strasburgo.

I sette giudici autori della sentenza sono: Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas (Turchia).

Il Vaticano ha commentato la notizia solo a tarda sera. «Stupisce che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all' identità storica, culturale, spirituale del popolo italiano». È quanto sottolineato dal portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, in merito alla sentenza della Corte di Strasburgo sul crocifisso. «Non è per questa via - ha aggiunto - che si viene attratti ad amare e condividere di più l'idea europea, che come cattolici italiani abbiamo fortemente sostenuto fin dalle sue origini».

La Cei
La decisione della Corte di Strasburgo sul crocifisso «suscita amarezze e non poche perplessità»: così la Conferenza episcopale italiana. «Fatto salvo il necessario approfondimento delle motivazioni - afferma l'ufficio per le comunicazioni sociali della Cei in una nota - in base a una prima lettura, sembra possibile rilevare il sopravvento di una visione parziale e ideologica».

La Gelmini
«La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al Cattolicesimo ma è un simbolo della nostra tradizione. La storia d'Italia passa anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi», sottolinea il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini.  Nel nostro Paese, sottolinea il ministro Gelmini, «nessuno vuole imporre la religione cattolica, e tantomeno la si vuole imporre attraverso la presenza del crocifisso. È altrettanto vero che nessuno, nemmeno qualche corte europea ideologizzata, riuscirà a cancellare la nostra identità".

Buttiglione «Sentenza aberrante e da respingere con fermezza. L'Italia ha una sua cultura, una sua tradizione e una sua storia. Chi viene fra noi deve comprendere ed accettare questa cultura e questa storia». Così il presidente dell`Udc, Rocco Buttiglione, commenta il pronunciamento della Corte Europea dei diritti dell`uomo sul crocifisso.

Calderoli
"Calpestati i nostri diritti. Resterà al suo posto nelle scuole", ha tuonato il senatore leghista Roberto Calderoli. E il suo collega di partito Zaia, replica: "Vergogna!".

Bersani
«Penso che su questioni delicate come questa qualche volta il buonsenso finisce di essere vittima del diritto. Io penso che un'antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno». Così il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, arrivando nella sede della Commissione Europea per incontrare il commissario all'Economia > Joaquin Almunia, interviene sulla sentenza della Corte di Strasburgo che ha vietato l'uso dei crocifissi nelle scuole.

L'Italia Il governo italiano ricorrerà contro la sentenza della Corte europea dei ditti dell'uomo che ha bocciato il crocifisso nelle aule scolastiche come «violazione della coscienza e della libertà religiosa». «Non ci terremo questa sentenza e andiamo in Grande Chambre», ha detto il giudice Nicola Lettieri, rappresentante del governo italiano presso la Corte Europea.

«Quello che abbiamo sempre sostenuto è che il crocifisso è sì un simbolo religioso ma con una portata umanistica e legata all'etica e alla tradizione nazionale». «A imporlo per primo», nota Lettieri, «fu il Regno di Sardegna, quello della breccia di Porta Pia». Nella sentenza odierna, prosegue Lettieri, «la Corte riconosce questa polivalenza, ma è prevalso il dato religioso».

L'altro dato che Lettieri sottolinea e rafforza la necessità di ricorrere contro la sentenza di oggi e l'elemento concordatario che fa da base ai rapporti tra Stato italiano e Vaticano. «Lo Stato italiano», spiega Lettieri, «non è laico ma concordatario, si toglie alcune prerogative per darle a una religione dominante». Il ricorso di Roma contro la sentenza non è automatico: a decidere se arriverà alla Grande Chambre sarà una Chambre composta da sette giudici.

Fonte: L'Unità


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